
Gentile visitatore,
Ti diamo il benvenuto nella Chiesa Madre di Carini, dedicata a Maria Santissima Assunta.
Questa guida è stata realizzata dalla Associazione Jonathan Livingston odv, con il patrocinio del Comune di Carini, grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del Ministero della Cultura, inserite nella Missione uno (Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo), e Componente tre (Turismo e Cultura quattro punto zero).
Prima di varcare la soglia di questo luogo sacro, fermati un momento e lascia che la storia ti avvolga. Sei di fronte a un edificio che affonda le sue radici nella fine del XV secolo, in un'epoca di grandi trasformazioni per la Sicilia e per l'intera Europa. Era il 1492 quando iniziò la costruzione di questa chiesa, lo stesso anno in cui Cristoforo Colombo scopriva l'America e i Re Cattolici completavano la Reconquista spagnola. Un anno di cambiamenti epocali, che segnò anche l'inizio di questa straordinaria avventura architettonica e spirituale.
Chi volle questa magnifica chiesa, fu la nobile famiglia La Grua-Talamanca, signori di Carini. Non si trattava semplicemente di costruire un luogo di culto, ma di creare un simbolo del loro potere, della loro devozione e del loro legame indissolubile con la comunità.
La costruzione non fu rapida. Ci vollero decenni di lavoro incessante, di progettazione accurata, di ricerca dei migliori materiali e dei più abili artigiani. Nel 1523, trent'anni dopo l'inizio dei lavori, la chiesa ottenne finalmente il riconoscimento di parrocchia, consolidando il suo ruolo centrale non solo nella vita religiosa, ma anche in quella sociale ed economica del borgo.
Durante i secoli XVI e XVII, la chiesa visse una fase di continuo arricchimento. Furono questi i decenni in cui presero forma i primi cicli decorativi, quando artisti come Vincenzo Blandino introdussero quello stile barocco in bianco e nero che conferì alla struttura una prima, straordinaria eleganza. Ma il tempo e l’umidità, nemici implacabili dell'arte, iniziarono presto a minacciare queste prime opere, rendendo necessari interventi di restauro che si sarebbero susseguiti nei secoli successivi.
Il XVIII secolo segnò una vera e propria rinascita per la Chiesa Madre. Sotto la guida illuminata dell'Arciprete Carlo Ballarini, che resse la parrocchia dal 1775 al 1798, si avviò un progetto di trasformazione che avrebbe reso questa chiesa il capolavoro che oggi potete ammirare. Ballarini non agì da solo: riuscì a coinvolgere il Principe di Carini, le autorità ecclesiastiche e l'intera popolazione per il sostegno dell’immane spesa di restauro.
Furono chiamati i migliori artisti dell'epoca: Giuseppe Testa, allievo del grande Vito D'Anna, Gregorio Lombardo, maestro degli stucchi, e molti altri artigiani di straordinario talento. Questi uomini trasformarono la chiesa in un teatro di bellezza, introducendo elementi neoclassici che si armonizzarono perfettamente con le strutture preesistenti, creando quel dialogo tra epoche diverse che ancora oggi rende unico questo luogo.
Il XIX secolo portò nuove sfide ma anche nuove opportunità. Fu in questo periodo che artisti come Girolamo Bagnasco lasciarono il loro segno con sculture lignee di rara bellezza. Ma il vero protagonista del restauro ottocentesco fu Monsignor Tommaso Mannino, sotto la cui guida, tra il 1927 e il 1931, l'artista Onofrio Tomaselli, insieme al figlio Armando e ad altri pittori locali, intraprese un vasto progetto di restauro che restituì agli affreschi del Testa la loro originaria brillantezza.
Ora che conosci la storia di questo luogo, alzate lo sguardo e lasciati conquistare dalla magnificenza della facciata che si erge davanti a te. È un capolavoro del tardo barocco siciliano, un'opera che sa coniugare l'imponenza architettonica con la raffinatezza decorativa.
Osserva la struttura generale: tre grandi portali si aprono come inviti solenni ad entrare nel regno del sacro. Ciascuno di questi portali è sormontato da timpani semicircolari, elegantemente decorati con motivi che richiamano la tradizione classica reinterpretata secondo il gusto barocco.
I due campanili che fiancheggiano la facciata sono asimmetrici: questa non è una mancanza di progettazione, ma una scelta consapevole. Uno di questi campanili è stato adattato a torre dell'orologio, un dettaglio che testimonia come la chiesa non fosse solo un luogo di culto, ma il cuore pulsante della vita comunitaria, il punto di riferimento temporale per l'intera cittadina. La torre dell’orologio, comunemente chiamata “il Tocco” è da sempre il luogo di rimando per gli incontri tra le persone che si davano appuntamento in questo luogo, ad una precisa ora corrispondente al rintocco dell’ora.
Ora spostati leggermente verso destra e dirigiti verso il suggestivo loggiato a tre arcate che si apre sul lato destro della chiesa. Questo elemento oltre a creare armonia nell’insieme architettonico offriva riparo e ombra nei giorni più caldi.
Ma il vero tesoro della facciata laterale sono i pannelli policromi che ornano la parete subito dopo il loggiato. Questi vivaci pannelli composti da maioliche settecentesche, vere e proprie gemme dell'arte ceramica siciliana sono firmati da Ignazio Milone e datati 1715, rappresentano: San Vito, il giovane martire che è patrono della città, Santa Rosalia, la santa palermitana tanto amata in tutta la Sicilia, qui venerata come protettrice dalle pestilenze e dalle calamità. L'Assunta, Maria che ascende al cielo, tema centrale della dedicazione di questa chiesa. E infine il Santissimo Crocifisso, rappresentazione della passione e della redenzione di Cristo.
I colori sono vibranti anche dopo tre secoli: il blu cobalto del cielo, il rosso vermiglio dei mantelli, l'oro delle aureole, il verde degli sfondi paesaggistici. Questi colori non sono sbiaditi dal tempo, grazie alla tecnica realizzativa della maiolica, un'arte che in Sicilia raggiunse livelli di eccellenza assoluta. Ogni pannello fu prima modellato, poi dipinto con pigmenti minerali, infine cotto a temperature altissime che fissarono per sempre i colori. Il risultato è quello che vedete.
Questi pannelli non sono sempre stati qui. In origine, rivestivano completamente la cuspide del campanile, creando un effetto cromatico che doveva essere spettacolare
Ma adesso, gentile visitatore, ti invito a varcare la soglia d’ingresso di questo luogo sacro attraverso il portale di ingresso principale.
Metti in pausa la audioguida, e premi nuovamente play non appena varcherai la porta di ingresso.
Benvenuto nella Chiesa Madre di Carini. La prima sensazione che colpisce è quella di trovarsi in uno spazio che sembra dilatarsi all'infinito. La struttura stessa della chiesa, segue il modello della croce latina, simbolo della cristianità ma anche forma architettonica che garantisce un perfetto equilibrio tra funzionalità liturgica e bellezza estetica.
Davanti a te si apre la prospettiva che conduce verso l'altare maggiore.
Ma adesso, dirigiti verso la prima cappella che si apre sulla navata laterale sinistra.
Ti invito ad alzare lo sguardo verso la volta di questa navata. Quello che vedi sopra di te è un vero e proprio cielo dipinto, un capolavoro di arte sacra che racconta episodi del Nuovo Testamento legati al ministero pubblico di Cristo.
La volta a botte presenta cinque riquadri affrescati, ciascuno incorniciato da fregi a stucco bianco-oro con motivi floreali ottagonali di squisita fattura. Questi affreschi non sono disposti casualmente, ma seguono una sequenza narrativa precisa che avanza in senso longitudinale dalla crociera verso la controfacciata, accompagnando il fedele in un percorso di fede e contemplazione.
Il primo affresco della volta della navata sinistra che puoi ammirare alzando lo sguardo è un capolavoro di arte sacra che racconta uno degli episodi più toccanti del ministero di Gesù: la Guarigione del Paralitico.
Al centro della scena, Cristo si erge in tutta la sua maestà divina, vestito con una tunica bianca che simboleggia la purezza e un mantello rosso che richiama il sangue della redenzione. La sua figura domina la scena e il gesto della mano destra, alzata in segno di comando e benedizione, sembra ancora risuonare delle parole evangeliche: "Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina".
Ora volgi lo sguardo verso la prima cappella che si apre alla sinistra. Questa è la Cappella della Velatio Crucis, uno spazio che custodisce una delle tradizioni liturgiche più antiche e suggestive della Chiesa cattolica.
Lo spazio è ricavato nello spessore murario laterale e aperto sulla navata con una semplice campata rettangolare.
Al centro della cappella, è posto un modesto bancone ligneo predisposto per appoggiare lumini o fiori durante la Settimana Santa. Questa assenza di mensa d'altare sottolinea la funzione primaria della cappella: non è un luogo di celebrazione eucaristica, ma di esposizione e contemplazione.
Ma il vero tesoro di questa cappella è il grande velo che domina la parete di fondo. È un drappo in tela di canapa di dimensioni considerevoli - circa tre metri per uno e mezzo - che rappresenta una delle tradizioni liturgiche più antiche del cristianesimo: la Velatio Crucis. Questo velo, dipinto a tempera bruna monocroma, è probabilmente opera di botteghe palermitane, realizzato tra il tardo Ottocento e il primo Novecento.
Al centro si erge la Croce con il Cristo crocifisso, rappresentato con quella drammaticità che è propria dell'arte della Passione. Ma non è solo una rappresentazione della Crocifissione: è l'anticipazione della Pietà, come indica la presenza delle figure ai piedi della croce.
Alla base della croce, la Vergine Addolorata, Maria che vive il dolore supremo della madre che vede morire il figlio. La sua figura, avvolta in un manto scuro, esprime tutto il dolore dell’umanità di fronte al mistero della sofferenza innocente. Accanto a lei, la Maddalena è rappresentata accasciata dal dolore, in un atteggiamento che esprime la disperazione di chi ha perduto tutto ciò che dava senso alla sua esistenza.
San Giovanni Evangelista, il discepolo amato, completa questo gruppo di figure che rappresentano l’umanità fedele che non abbandona Cristo nemmeno nell'ora più buia. La sua presenza richiama le parole di Gesù dalla croce: "Ecco tua madre", parole che affidano Maria alla Chiesa e la Chiesa a Maria.
Ma qual era la funzione originaria di questo velo? Durante il tempo di Quaresima, e in particolare dal Venerdì di Passione fino alla Veglia Pasquale, questo velo veniva calato per coprire le immagini sacre della chiesa. Era una tradizione antica che aveva lo scopo di guidare i fedeli nella meditazione sulla Passione di Cristo, privandoli temporaneamente della consolazione delle immagini sacre per concentrare la loro attenzione sul mistero della sofferenza redentrice.
Questa cappella conserva l'uso originario di questa tradizione, testimoniando una pratica liturgica oggi poco diffusa ma di grande valore spirituale.
Continuando verso la seconda Cappella, alza nuovamente lo sguardo verso la volta della navata sinistra. Il secondo affresco racconta uno degli episodi più significativi del Vangelo: la Chiamata dei Primi Discepoli. Al centro della composizione, Cristo si erge con la sua maestà divina e l'invito amorevole rivolto a chi è chiamato a seguirlo. La sua mano tesa non ordina, ma invita; il suo sguardo non giudica, ma accoglie.
I protagonisti di questa scena sono due fratelli pescatori, probabilmente Pietro e Andrea, come racconta il Vangelo di Matteo. Uno dei due fratelli è piegato a raccogliere le reti, ancora immerso nel lavoro quotidiano, ma il suo corpo già si protende verso Cristo, come se avvertisse il richiamo divino. L'altro fratello ha invece alzato lo sguardo verso Gesù, e nella sua espressione potete leggere l'assenso di chi riconosce nella voce che lo chiama la voce di Dio. L'ambiente che fa da sfondo alla scena è quello costiero del lago di Galilea, dipinto con quella maestria paesaggistica che caratterizza tutta la decorazione di questa chiesa.
Proseguendo lungo la navata sinistra, ti trovi ora davanti alla seconda cappella, dedicata all'Ecce Homo. Ha una architettura sobria ma elegante. Si tratta di un ambiente rettangolare coperto da una volta a botte intonacata, volutamente privo di decorazioni pittoriche parietali. Questa scelta non è casuale: la sobrietà architettonica concentra tutta l'attenzione sui tesori artistici e spirituali che la cappella custodisce.
L'altare che domina la cappella è un capolavoro di arte neoclassica, un'opera che sa coniugare la purezza delle linee con la ricchezza dei materiali. Osservate il frontalino in verde-antico, una varietà di marmo dalle venature preziose, incorniciato dal marmo rosso di Castellammare. Al centro, un cuore dorato cattura immediatamente l'attenzione: è il simbolo dell'Ecce Homo, il cuore di Cristo.
Ai lati dell'altare, due sottili colonnine ioniche in marmo rosso aggiungono un tocco di eleganza classica, riprese nei cantonali dell'alzato.
Ma il vero tesoro di questa cappella si trova al centro: un piccolo tempietto marmoreo che è esso stesso un'opera d'arte. Quattro colonne bianche con capitelli dorati inquadrano e proteggono il cuore della cappella: un busto ligneo dell'Ecce Homo.
Alle pareti laterali della cappella, sono collocate due grandi tele sette-ottocentesche che completano il programma iconografico di questo spazio sacro. Sulla parete sinistra, una tela della scuola palermitana tardo-barocca raffigura un angelo in volo che porge la palma del martirio e una corona a un giovane soldato, San Vittorino.
Sulla parete destra, un'altra tela raffigura San Biagio, il vescovo con la mitria e il pastorale che benedice. Ai suoi lati, un frate francescano e una donna velata presentano le loro offerte.
Il dipinto sommitale, dedicato alla deposizione nel sepolcro, chiude idealmente il ciclo iconografico della cappella, conducendo il fedele dalla derisione dell'Ecce Homo all'anticipazione della risurrezione.
Andando ancora avanti e guardando verso la volta, il terzo affresco che incontriamo raffigura una delle scene più tenere e significative del Vangelo: "Lasciate che i piccoli vengano a me".
La scena si svolge sul basamento di una scala, un dettaglio architettonico che non è casuale ma profondamente simbolico. La scala rappresenta l'ascesa spirituale, ma qui Cristo scende verso i piccoli, si abbassa al loro livello, dimostrando che l'amore divino va incontro alla sua fragilità e semplicità umana.
Al centro della scena, Gesù è rappresentato con la mano destra alzata in gesto di benedizione, la sinistra che accarezza teneramente la testa di un bambino.
I protagonisti di questa scena sono tre fanciulli, portati da una giovane madre e da una donna anziana. Notate come l'artista abbia saputo rappresentare le diverse età della vita umana: l'innocenza dei bambini, la premura materna della giovane donna, la saggezza dell’età matura nell'anziana. È tutta l’umanità che si presenta a Cristo, ma attraverso i suoi membri più puri e semplici.
La cappella successiva lungo la navata sinistra, è dedicata a San Pietro, il pescatore di Galilea che Cristo scelse come pietra fondamentale della sua Chiesa. La statua è una delle opere scultoree più significative di questa chiesa, scolpita in legno e attribuita al celebre artista Girolamo Bagnasco nel XIX secolo. San Pietro è rappresentato nella sua dignità apostolica, ma senza perdere quella umanità che lo rende così vicino al cuore dei fedeli.
Nella mano destra, tiene la chiave simbolica, l'attributo che lo identifica immediatamente e che richiama le parole di Cristo: "A te darò le chiavi del regno dei cieli".
Osserva la cura straordinaria con cui sono stati scolpiti i dettagli del panneggio. Le pieghe della veste seguono i movimenti del corpo con un naturalismo che fa sembrare il tessuto reale. I lineamenti del volto sono scolpiti con una precisione che rivela la maestria dell'artista. La barba, resa con piccoli riccioli finemente intagliati, incornicia un volto maturo, gli occhi, pur essendo di legno, sembrano guardare oltre il tempo presente.
La statua è collocata su un altare che è esso stesso un'opera d'arte. Realizzato in marmo bianco, è impreziosito da fregi dorati e intarsi floreali che richiamano la tradizione decorativa siciliana. Le colonne corinzie che fiancheggiano l'altare creano un perfetto equilibrio architettonico. I capitelli, finemente scolpiti con foglie d'acanto, richiamano la tradizione classica.
Le pareti della cappella sono decorate con eleganti stucchi e motivi floreali che conferiscono all'ambiente una sensazione di grazia e solennità.
Continuando il percorso e alzando ancora una volta lo sguardo verso la volta della navata sinistra, il quarto affresco che incontriamo raffigura uno degli episodi più drammatici e commoventi del Vangelo: la guarigione del Cieco di Gerico.
Al centro della composizione si svolge l'incontro tra la cecità umana e la luce divina. Il mendicante cieco è rappresentato in una posizione che esprime tutta la sua condizione di bisogno: tende il bastone verso Cristo in un gesto che è insieme richiesta di aiuto e atto di fede.
Il cieco viene rappresentato con il corpo volutamente più scabro, le gambe esili sottolineano la sua condizione di debolezza fisica. La cromia azzurro-cenere della sua veste non è casuale: questi colori richiamano la tristezza, la povertà. È l'uomo ridotto all'essenziale, spogliato di tutto tranne che della fede.
Cristo, dall'altra parte della scena, è rappresentato con la maestà compassionevole che caratterizza tutti gli affreschi di questa volta. Si china verso il cieco, si fa prossimo alla sua sofferenza.
La tecnica pittorica utilizzata per questo affresco rivela la mano di un maestro nell'arte del chiaroscuro. Osservate come la luce sembri irradiarsi dalla figura di Cristo, illuminando gradualmente tutta la scena.
Proseguendo nel nostro cammino lungo la navata sinistra, giungiamo alla quarta cappella, dedicata a Sant'Andrea, il fratello di Pietro, il primo chiamato tra gli apostoli, colui che per primo riconobbe in Gesù il Messia. La statua che ci troviamo di fronte è una delle opere scultoree più antiche e preziose di questa chiesa, un capolavoro anonimo del XVI secolo che racchiude in sé secoli di devozione e arte.
Questa statua, pur essendo opera di un artista anonimo, porta in sé tutta la forza espressiva e la profondità spirituale del Rinascimento italiano, un'epoca in cui l'arte sacra raggiunse vette di sublime bellezza.
Sant'Andrea è rappresentato con la croce diagonale, l'attributo che lo identifica immediatamente e che richiama il suo martirio.
Il volto di Sant'Andrea esprime una straordinaria intensità emotiva. L'artista è riuscito a catturare non solo i lineamenti fisici del santo, ma il suo stato d'animo: quella serenità che nasce dalla certezza della fede.
L'artista ha scolpito ogni piega con una maestria che fa sembrare il tessuto vero, mosso da un vento leggero. La croce che Sant'Andrea tiene tra le mani è rappresentata come simbolo di gloria. La croce diagonale, detta anche croce di Sant'Andrea, diventa nelle sue mani un vessillo di vittoria, un segno di trionfo.
L'altare che accoglie la statua è un perfetto esempio di arte rinascimentale.
Sopra l'altare, una nicchia elegantemente decorata con stucchi dorati ospita un affresco che rappresenta scene del martirio del santo.
Proseguendo la tua visita, alza per l'ultima volta lo sguardo verso la volta della navata sinistra. Il quinto e ultimo affresco di questa sequenza, raffigura una delle immagini più care alla tradizione cristiana: il Buon Pastore. Questo affresco conclude magnificamente il ciclo narrativo della volta,
Cristo è rappresentato avvolto in un manto purpureo, colore che richiama la sua regalità divina ma anche la sua passione redentrice. Il piccolo gregge che Cristo sorveglia è reso con veloci tocchi chiaroscurali che dimostrano la maestria dell'artista nel catturare l'essenza delle cose con pochi, sapienti segni. Le pecore non sono descritte nei minimi dettagli, ma la loro presenza è evocata con una sintesi pittorica che le rende vive e reali.
Ma adesso ti invito a porre il tuo sguardo sull'ultima cappella della navata sinistra, quella delle Confessioni, che custodisce uno dei tesori artistici più preziosi dell'intera Chiesa Madre: la straordinaria tela dell'"Adorazione dei Pastori" di Alessandro Allori, allievo del Bronzino, datata 1578. È un capolavoro del Rinascimento fiorentino che ha trovato qui, in terra di Sicilia, la sua dimora definitiva, continuando a incantare i fedeli e i visitatori dopo oltre quattro secoli dalla sua creazione.
Osserva la composizione con attenzione. Allori ha creato un equilibrio perfetto tra tutti gli elementi della scena, dove ogni figura, ogni dettaglio, ogni gioco di luci contribuisce a creare un senso di meraviglia e sacralità che vi avvolgerà completamente. La disposizione dei personaggi non è casuale, ma segue una geometria sacra che guida lo sguardo verso il centro spirituale della composizione.
I pastori sono rappresentati con espressioni di sincera devozione. Allori è riuscito a catturare non solo l'aspetto esteriore di questi umili personaggi, ma il loro stato d'animo: lo stupore di chi assiste a un miracolo.
Gli abiti dei pastori sono dipinti con una straordinaria attenzione ai dettagli e alla texture che dimostra la maestria tecnica dell'artista. Al centro della composizione, il Bambino Gesù irradia una luce divina che illumina l'intera scena, sottolineando il significato spirituale della Natività.
La figura della Madonna, rappresentata da Allori, ha la grazia e la dolcezza che caratterizzano la migliore tradizione pittorica fiorentina.
San Giuseppe, spesso relegato in secondo piano nelle rappresentazioni della Natività, qui assume un ruolo di primo piano. Lo sfondo della tela è arricchito da paesaggi sfumati che aggiungono profondità e realismo alla composizione. Allori utilizza la tecnica dello sfumato leonardesco per creare atmosfere che sembrano dissolversi nell'infinito. Il contrasto tra la semplicità dei pastori e la maestosità del miracolo rappresentato è uno degli elementi più toccanti di questa tela. La tecnica pittorica utilizzata da Allori rivela la sua formazione nella bottega del Bronzino e la sua conoscenza della grande tradizione fiorentina. Il disegno è perfetto, i colori sono distribuiti con sapienza, la luce è utilizzata come elemento narrativo e simbolico. È un esempio perfetto di quella sintesi tra bellezza e spiritualità che caratterizza l'arte rinascimentale al suo apice.
Ma questa cappella non custodisce solo la tela di Allori. Qui è conservata anche una portantina del Santissimo Sacramento, utilizzata per il viatico ai malati, un oggetto liturgico che testimonia la cura pastorale della comunità per i suoi membri più fragili.
Adesso dirigiti verso il transetto laterale sinistro, dove si apre la Cappella del Sacro Cuore, un tempo dedicata a San Sebastiano.
Lo spazio è un vano profondo a pianta rettangolare, sopraelevato su tre gradini in marmo rosso. Alza lo sguardo e ammira l'ordine parietale che caratterizza questo spazio. Coppie di colonne scanalate con capitelli compositi sostengono una trabeazione neoclassica continua di rara eleganza. Il fregio che corre lungo la trabeazione, finemente dorato, alterna rosoni, palmette e festoni a nastro che ricorrono in tutto il transetto sinistro, creando un’unità decorativa che testimonia la cura con cui è stato progettato ogni dettaglio di questo spazio. La volta, a botte lunettata, presenta riquadri bordati d'oro e riempiti da motivi vegetali a rilievo. Il pannello centrale della volta rappresenta il Cuore di Gesù fiammeggiante circondato da teste d'angelo, un'immagine di straordinaria intensità spirituale.
Nelle vele laterali della volta, potete ammirare piccoli putti con gigli, ancora e croce, un'allusione alle virtù teologali che preparano alla devozione al Sacro Cuore. Il giglio simboleggia la purezza, l'ancora rappresenta la speranza, la croce richiama la fede.
Al centro della cappella si erge l'altare del XIX secolo, realizzato in marmi policromi che creano un effetto di straordinaria ricchezza cromatica. Il tabernacolo "a tempietto" che inquadra una cupoletta verde screziata con croce apicale è un piccolo capolavoro di arte sacra, un'architettura in miniatura che richiama i grandi templi dell’antichità.
La statua lignea del Sacro Cuore, di fine Ottocento, domina la cappella con la sua presenza maestosa. Cristo è raffigurato a figura intera, con tunica crema e manto purpureo, mentre indica il cuore raggiato e incoronato di spine.
Ai lati dell'altare, due tele settecentesche creano un dittico pasquale di straordinaria bellezza e significato teologico. A sinistra, il "Noli me tangere" raffigura Cristo risorto che si manifesta a Maria Maddalena.
A destra, la "Salita al Calvario" presenta Gesù che viene issato dai soldati verso il luogo del supplizio. Quest'opera, caratterizzata da drammatici contrasti chiaroscurali e da un impianto teatrale di gusto tardo-barocco siciliano, esalta la dignità di Cristo che accetta liberamente la passione per amore dell’umanità.
La volta del braccio trasversale presenta un affresco centrale di grande significato spirituale: "L'angelo che conforta il profeta Elia nel deserto". Questo episodio biblico è un'allusione alla forza dell'Eucaristia, al nutrimento spirituale che Dio offre a chi cammina nel deserto della vita. Elia, nutrito dall'angelo, trova la forza per continuare il suo cammino verso il monte di Dio.
Da questa cappella si aprono due accessi di grande importanza: a sinistra nell'Oratorio del Santissimo Sacramento, a destra nella Sacristia. Questi spazi testimoniano la ricchezza artistica e spirituale di questa chiesa, che non si limita agli ambienti principali ma si estende in ogni angolo dell'edificio.
Ora poni la tua attenzione verso uno dei tesori più preziosi e raffinati dell'intera Chiesa Madre: il Tabernacolo Marmoreo scolpito da Giacomo Gagini intorno al 1543. Questo piccolo capolavoro rinascimentale, fissato al pilastro dell'arco trionfale sinistro, rappresenta una delle opere più raffinate dell'intera chiesa e testimonia la presenza in Sicilia di quella straordinaria famiglia di scultori che ha lasciato tracce indelebili dell'arte rinascimentale nell'isola.
Si tratta di un piccolo ciborio "a parete" ricavato in una mensola marmorea che sembra sfidare le leggi della gravità nella sua elegante sospensione. Questa mensola non è un semplice supporto, ma un elemento decorativo di grande raffinatezza, realizzata a voluta con scudo araldico e ghirlande di rose a rilievo che testimoniano la committenza prestigiosa di quest'opera.
Il corpo centrale è costituito da una nicchia arcuata, un piccolo tempio che richiama le architetture classiche ma reinterpretate secondo la sensibilità rinascimentale. Questa nicchia è fiancheggiata da cariatidi angeliche che sorreggono l'arco con grazia e solennità.
Nella lunetta della nicchia, si ammira un bassorilievo di straordinaria finezza che raffigura “Gesù che risorge dal Sepolcro".
Il cassettonato emisferico inciso nel catino simula una piccola volta a lacunari rinascimentale, un dettaglio che trasforma questo piccolo spazio in un vero e proprio tempio in miniatura. Ogni elemento architettonico è riprodotto in scala ridotta ma con la stessa cura e precisione che caratterizzerebbero un edificio di grandi dimensioni. Le proporzioni sono perfette, l'equilibrio tra i vari elementi è magistrale, l'uso del marmo di Carrara testimonia la ricerca della massima qualità artistica.
Subito dopo il tabernacolo, la Cappella dell'Immacolata, situata nella navata sinistra accanto al presbiterio. Questo spazio sacro rappresenta uno dei luoghi più intimi e raccolti dell'intera chiesa, un santuario dedicato alla Vergine Maria nella sua Immacolata Concezione, dove arte, fede e devozione si fondono in un'armonia di rara bellezza.
Al centro della cappella si erge maestosa la statua dell'Immacolata, un'opera d'arte attribuita al celebre Girolamo Bagnasco, lo stesso artista che ha realizzato la statua di San Pietro.
La statua incarna l'iconografia classica della Vergine: una tunica avorio avvolge la sua figura con quella purezza che è simbolo dell'innocenza originale, mentre un manto azzurro si drappeggia con grazia, avvolgendo il corpo a spirale in un movimento che sembra animato dal soffio dello Spirito Santo.
La Vergine poggia su una falce lunare e un globo, simboli cosmici che richiamano la sua regalità universale. Sotto il piede, il serpe schiacciato rappresenta la vittoria sul peccato originale. È l'immagine della "nuova Eva" che ripara la disobbedienza della prima donna.
Al fianco della Vergine, un putto alato sorregge un mazzo di gigli, emblema di purezza e innocenza.
Sulla testa della Vergine, una corona metallica e una raggiera con le dodici stelle dell'Apocalisse ne proclamano la regalità celeste.
L'altare che accoglie la statua presenta una mensa in marmi commessi bianchi, neri e rosati, un'armonia cromatica che ne esalta la nobiltà. Questi colori non sono casuali: il bianco simboleggia la purezza dell'Immacolata, il nero richiama l’umiltà di Maria, il rosato evoca la sua maternità divina e umana.
L'impianto architettonico della cappella si rivela in una profonda nicchia voltata a botte, culminante in un arco trionfale che ne segna l'ingresso. Questo arco, incorniciato da paraste lisce e da un'elegante cornice modanata, sottolinea la nobile semplicità di questo spazio, dove ogni elemento è pensato per non distrarre dalla contemplazione della Vergine.
Le volte e le pareti, rivestite di un intonaco bianco latte, sono animate da un tripudio di rilievi in stucco dorato. Motivi a foglia d'acanto, rosette e tralci si snodano con grazia, seguendo l'andamento sinuoso dell'arco e disegnando fregi a tenue aggetto sulle pareti laterali, creando un delicato arabesco di luce e ombra.
Al vertice della conca absidale, proprio sopra la nicchia, campeggia un sole raggiante, simbolo di divina illuminazione. Il monogramma inscritto in un cartiglio proclama l'Immacolata come "aurora di salvezza" per l’umanità.
Alla sinistra dell'altare, si erge il monumento funebre di don Francesco Vecchi, una piccola edicola marmorea in breccia rosata di Trapani, impreziosita da inserti di marmo nero incisi a racemi.
Il basamento del monumento, sorretto da mensole, e le lesene con volute laterali culminano in un timpano spezzato, conferendo alla struttura un'eleganza sobria e composta. Entro una cornice quadrata bianca, un tondo pittorico racchiude il mezzo busto del defunto: un volto barbuto, un abito clericale scuro, e una posa severa che sottolinea l'autorevolezza spirituale.
La lapide in marmo bianco reca un'iscrizione latina che commemora "D(ominum) FRANCISCUM VECCHI", arciprete e zelante promotore di disciplina ecclesiastica e carità verso i poveri, scomparso il 30 agosto 1653. Il monumento fu eretto dal nipote Andrea Vecchi.
Ora alza lo sguardo verso la cupola e il tamburo che la sorregge, il cuore luminoso di questa chiesa, il punto dove la terra incontra il cielo.
Il cuore pulsante di questa meraviglia architettonica si rivela nel Tamburo, un interno ottagonale che rappresenta un capolavoro di ingegneria e bellezza. Otto ampie finestre rettangolari sono incassate con maestria entro strombi a forte aggetto, creando un gioco di luci e ombre che cattura la luce esterna e la diffonde nell'ambiente con una dolcezza che sembra soprannaturale.
Sotto il cornicione, una ghirlanda a stucco di piccoli fiori alternati a grappoli.
Ora alza lo sguardo per osservare la Calotta che culmina in un piccolo oculo circolare. Questa lanterna cieca funge da presa di luce zenitale, illuminando dall'alto un "coro celeste" tardo-settecentesco dipinto in toni pastello, angeli musicanti con arpa, liuto, corno e timpano fluttuano tra cherubini e nuvole rosate in una danza eterna di lode e adorazione.
Sui lati lunghi della calotta, figure allegoriche delle virtù teologali si manifestano in tutta la loro eterea bellezza. La Fede con la Croce, la Speranza con l'Ancora, la Carità con i fanciulli, la Gloria con la corona di stelle. All'apice della calotta, entro un alone di luce dorata che sembra irradiarsi dall’eternità stessa, Dio Padre benedicente domina la scena in un magistrale scorcio prospettico. Questa figura non è solo pittorica, ma teofanica: è l'apparizione del divino che si manifesta attraverso l'arte.
All'imposta orientata verso la navata principale, entro un ricco toro vegetale a foglie d'acanto dorate, compare il monogramma mariano "A M" intrecciato, ulteriore sigillo della dedicazione dell'intera chiesa alla Madonna. Questo monogramma non è solo decorativo, ma programmatico: tutta la chiesa è sotto la protezione di Maria, tutto converge verso di lei.
Ora volgi lo sguardo per ammirare i quattro Evangelisti nelle vele triangolari. Ciascuno dei pennacchi che raccordano gli archi della crociera al tamburo ospita un triangolo affrescato con la figura seduta di un evangelista, identificabile grazie al rispettivo animale simbolico.
Sulla sinistra della navata centrale, San Matteo appare come un giovane dalla barba corta, avvolto in un manto verde-azzurro sopra una tunica rosata. Scrive su un grande codice sostenuto da un angelo fanciullo che indica il testo. L'angelo, ricorda la genealogia terrena di Cristo con cui inizia il Vangelo di Matteo, sottolineando l’umanità del Salvatore.
Sulla destra dell'altare maggiore, San Marco si presenta con un volto maturo e capelli ricci, vestito di verde acquamarina e manto purpureo. Legge un rotolo spiegato sulle ginocchia, mentre alle sue spalle spunta la testa di un leone ruggente. Il leone rimanda alla "voce che grida nel deserto" ed è simbolo della regalità di Cristo che viene ad instaurare il regno di Dio.
Sulla sinistra dell'altare maggiore, San Luca appare come un evangelista barbuto, con tunica azzurro-carta da zucchero e manto corallo. In mano tiene la penna d'oca e un foglio, dietro di lui compare il muso di un toro con piccole corna rivolte in avanti. Il toro richiama il sacrificio sacerdotale che apre il Vangelo di Luca con l'offerta di Zaccaria nel Tempio.
Sulla destra della navata centrale, San Giovanni si manifesta come una figura giovanile ma barbuta, avvolta in un ampio mantello rosato. Regge un calamo e un libro aperto, accanto a lui vola un'aquila che posa una zampa sul margine del volume. L'aquila allude alla visione teologica "in alto" del Prologo giovanneo: "In principio era il Verbo".
Gentile Visitatore, ti invito adesso a raggiungere il presbiterio della Chiesa Madre, il cuore pulsante di questa straordinaria chiesa, il luogo dove da secoli si celebra il mistero dell'Eucaristia.
Questo spazio è rialzato di tre gradini, un dettaglio che non è solo funzionale ma profondamente simbolico sottolinea la sacralità e l'importanza di questo luogo.
Il presbiterio si conclude con una profonda abside rettangolare, che chiamiamo "coro", uno spazio che fu ridisegnato alla fine del Settecento seguendo i canoni di un austero neoclassicismo "alla romana".
Osserva le pareti, scandite da finte paraste scanalate impreziosite da capitelli corinzi dorati che sorreggono un'alta trabeazione a dentelli. La trabeazione, a sua volta, regge un timpano spezzato nel cui fastigio si apre una grande finestra assiale. La luce che filtra da questa finestra non è casuale, ma studiata: illumina l'altare e mette in risalto la ricca "Gloria di Dio" in stucco, un'opera straordinaria modellata nel 1795 dallo stuccatore palermitano Gregorio Lombardo.
Ammira questa Gloria di Dio: figure di angeli e cherubini danzano in un'esplosione di luce divina, mentre raggi dorati sembrano irradiarsi dall'infinito per benedire questo luogo sacro.
Ora ti invito a osservare l'altare maggiore, realizzato tra il 1798 e il 1800. È un complesso magnifico di marmi mischi che testimonia la ricchezza artistica e spirituale di questa comunità: colonne corinzie di diaspro e una mensa in cipollino ne esaltano la preziosità e la sacralità.
Il tabernacolo, concepito come un piccolo tempietto, custodisce un delicato Crocifisso d'avorio posto su una croce di tartaruga risalente al primo Ottocento.
In origine, questo coro era cinto da stalli lignei e da un pulpito in noce scolpito, opera del Minucilla, purtroppo oggi perduti. Di quella magnificenza rimane solo il pulpito addossato al pilastro nord, testimone silenzioso di un'arte passata che ancora ci parla della ricchezza liturgica e artistica di questa chiesa nei secoli passati.
Ma il vero tesoro di questo presbiterio sono le tele che adornano le pareti del coro, creando un percorso iconografico di straordinaria bellezza che narra episodi salienti della vita della Vergine Maria.
Al centro dell'altare maggiore, domina la grande pala dell'Assunzione della Vergine, di circa 6 metri per 4, opera di Giuseppe Testa, datata 1795, come rivelato dalla firma scoperta durante il restauro del 2024. Questa scoperta ha restituito l'opera al suo legittimo autore dopo ben 230 anni di attribuzione errata ad Antonino Manno.
Nel dipinto, la Madonna ascende al cielo avvolta in una gloria di angeli, mentre in basso gli Apostoli osservano il sepolcro vuoto con espressioni di meraviglia e stupore. La pennellata sciolta e le cromie verdi-azzurre sono tipiche del Testa, allievo del grande Vito D'Anna, e testimoniano la continuità della grande scuola pittorica siciliana.
Sulla parete destra, puoi ammirare la Natività della Vergine, realizzata da Antonino Manno con la collaborazione dei fratelli Vincenzo e Francesco, tra il 1796 e il 1798. La scena presenta matrone in primo piano, mentre Sant'Anna giace a letto sullo sfondo. Notate i drappeggi sontuosi e la luce calda che avvolgono la composizione, conferendole un'atmosfera intima e accogliente che celebra la gioia della nascita di Maria.
Sempre sulla parete destra, all'altezza dell'arco d'accesso, la Visitazione di Maria a Elisabetta, anch'essa opera di Antonino Manno, parte dello stesso ciclo mariano. L'artista si concentra sui "moti dell'anima", rappresentando Elisabetta gravida e Maria che si inchina in segno di saluto. Una scenografia architettonica di fondo arricchisce la composizione, donandole profondità e realismo.
Sulla parete sinistra, lo Sposalizio della Vergine, opera di Antonino Manno datata 1796-98, presenta una composizione piramidale con al centro il sacerdote che celebra il matrimonio tra Maria e Giuseppe. In alto, la colomba dello Spirito Santo effonde una luce dorata, simbolo di benedizione divina che santifica questo sacramento e prepara Maria alla sua missione di Madre di Dio.
Sempre sulla parete sinistra, all'altezza dell'arco d'accesso, la Visione di due Santi monaci, attribuita alla bottega siciliana di fine XVIII secolo, con attribuzione ad Angeleri. Due religiosi indicano la Madonna in gloria, mentre in basso vibranti angeli musici animano la scena con la loro presenza, creando un ponte tra la terra e il cielo, tra la contemplazione monastica e la gloria celeste.
Ora alza lo sguardo verso la volta del presbiterio, dove sopra la trabeazione si collocano due riquadri affrescati, opera ancora del Testa, oggi visibili in controfacciata e sull'arco trionfale. Il primo, sopra la pala dell'altare, raffigura il Trionfo della Croce: la Croce, simbolo della Redenzione, è portata in cielo da putti e da una figura femminile allegorica.
Il secondo affresco, verso la navata, rappresenta la Gloria di Maria fra cori angelici. La Vergine assunta, quasi a continuare la pala sottostante, è circondata da cori angelici in un'esplosione di luce e movimento che anticipa la beatitudine eterna.
La volta piana che collega i due affreschi è suddivisa da lacunari ottagonali dipinti "a grottesca" con rosoni dorati su fondo avorio, restaurati nel 1927 da Onofrio Tomaselli, che ne ha restituito l'originario splendore.
Gentile visitatore ti invito a proseguire la tua visita nella navata centrale, frutto dell'ingegno di Giuseppe Testa. A lui si deve la grandezza di queste opere, permeate di una grazia e una forza espressiva ineguagliabili.
Un merito non meno significativo va riconosciuto a Onofrio Tomaselli che, durante la sua permanenza qui a Carini, ha saputo, nel restauro degli affreschi del Testa, restituire quella tinta originale che oggi ci permette di ammirarli nella loro genuina e vibrante forza espressiva.
Ora alza lo sguardo verso l'alto. Cinque grandi affreschi adornano la volta della navata centrale, dispiegandosi come un cielo dipinto che racconta le gesta delle grandi eroine bibliche.
Dieci affreschi, cinque per ciascun lato, si snodano nelle lunette della volta stessa, invitando lo sguardo a perdersi nei dettagli e nelle storie di santità che narrano.
Nei cinque affreschi della volta centrale sono narrati altrettanti fatti biblici che vedono come protagoniste figure femminili di straordinaria forza e significato spirituale: Ester, Giuditta, Giaele, Abigail e Rachele.
Nelle lunette tra le colonne sono affrescati del lato destro verso il portone principale di ingresso,
Procedendo in senso longitudinale dalla controfacciata verso l’altare maggiore, le raffigurazioni si succedono come segue:
Nella prima vela incontriamo San Girolamo
Nella seconda vela è dedicata all’Immacolata Concezione.
La terza vela raffigura San Giuseppe, sposo di Maria e padre putativo di Gesù
Nella quarta vela è raffigurata Sant’Anna e la piccola Maria,
Nell’ultima vela è raffigurato San Giovanni Battista.
Sul lato opposto della navata alla sinistra del presbiterio in sequenza sono raffigurati
Nella prima vela San Paolo Apostolo
Nella seconda vela San vito Martire
Nella terza vela Santa Caterina di Alessandria
Nella quarta vela San Sebastiano
Nella quinta vela San Francesco d’Assisi
Il primo affresco della navata centrale posto al centro della campata sopra il pulpito raffigura Giuditta con la testa di Oloferne.
Al centro di questa scena di drammatica intensità, la giovane eroina Giuditta è seduta in una veste rosata che simboleggia insieme la sua femminilità e il suo coraggio. Regge ancora la spada, e posa la mano sulla testa di Olofene, in un gesto che non esprime violenza ma determinazione, non vendetta ma giustizia.
L'ancella, inginocchiata accanto a Giuditta, espone il capo mozzato del generale assiro Oloferne in un gesto che è insieme di trionfo e di monito. Questo gesto non celebra la morte, ma la vittoria della giustizia, Sullo sfondo della scena, si intravedono le picche dell'accampamento nemico, dipinte con quella maestria che caratterizza tutto il ciclo del Testa.
Addossato alla prima colonna della navata sinistra, il pulpito – un tempo parte integrante della grande macchina lignea del coro – si dispiega in una fastosa architettura di noce locale scurito a tampone, impreziosita da applicazioni in legno di tiglio dorato a missione. Il parapetto, di pianta rettangolare con gli angoli gentilmente smussati, alterna specchiature riquadrate da sottili listelli che ne accentuano la sobria eleganza neoclassica; su di esso corre un fregio continuo di dentelli e foglie d’alloro, sostenuto da mensole finemente modanate. Il baldacchino, custode di un cielo ligneo, ospita al centro un sole raggiato da cui pende la candida colomba dello Spirito Santo, pegno d’assistenza divina alla predicazione.
La decorazione a rilievo, ricchissima, intreccia tendaggi incrociati, nappe e festoni dorati che, correndo negli sguinci e nell’arco del parapetto, riecheggiano le ghirlande dei paliotti barocchi del duomo. Sulla faccia anteriore, un alto-rilievo dorato di circa un metro e dieci cattura lo sguardo: vi campeggia Cristo in tunica corta e mantello con il braccio destro sollevato in gesto di benedizione. Il volto, sereno, si china con dolcezza verso il piccolo uditorio che lo circonda. Ai suoi piedi, i dodici apostoli – volti minuti, panneggi morbidi e raccolti in un ventaglio semicircolare – guidano l’occhio verso la figura maestra, componendo un’armonia che innalza l’animo e colma di devozione chi lo contempla.
Continuando il tuo viaggio attraverso i capolavori di Giuseppe Testa, alza nuovamente lo sguardo verso la volta della navata centrale per contemplare il secondo riquadro che racconta l'Offerta di Abigail a Davide, un episodio biblico di straordinaria profondità umana e spirituale tratto dal Primo Libro di Samuele.
In primo piano, Abigail è mostrata inginocchiata in atto di supplica. Il suo gesto di porgere a Davide un paniere ricolmo di provviste è un segno della sua saggezza e della sua capacità di trasformare una situazione di conflitto in un momento di pace e riconciliazione.
Dietro di lei, potete scorgere altre ancelle e l'asino carico, dettagli che sottolineano l'abbondanza del dono e la preparazione accurata di questo incontro.
Davide è rappresentato vestito da condottiero con corazza, elmo piumato e manto, simboli della sua autorità militare e del suo futuro destino regale. Il suo gesto di accoglienza verso Abigail rivela la grandezza d'animo del futuro re d'Israele, la sua capacità di riconoscere la saggezza anche quando viene da una donna, in un'epoca in cui le voci femminili erano spesso ignorate.
Alle spalle di Davide, i guerrieri con lance e vessilli ricordano la spedizione punitiva che stava per abbattersi sulla casa di Nabal, il marito di Abigail.
Proseguendo nella contemplazione dei capolavori di Giuseppe Testa, dirigi ora la tua attenzione verso il terzo riquadro della volta centrale, dove si dispiega una delle scene più drammatiche e toccanti dell'Antico Testamento: Ester che si presenta al re persiano Assuero per intercedere a favore del suo popolo. Nella scena, la giovane regina che sviene sui gradini del trono, sorretta dalle sue ancelle fedeli, mentre il potente sovrano si china verso di lei con un gesto di compassione e clemenza. È l'iconografia classica dello "svenimento di Ester", un momento che racchiude in sé tutto il dramma umano e spirituale di questa straordinaria donna.
Osservate Ester, pallida e accasciata, simbolo della fragilità umana di fronte al potere terreno, ma anche della forza interiore che nasce dalla fede.
Il re Assuero, mosso a compassione, tende lo scettro verso di lei in un gesto che trasforma la giustizia in misericordia. Le ancelle che sostengono Ester testimoniano la fedeltà dell’amicizia e la solidarietà femminile. Non abbandonano la loro regina nel momento del pericolo, ma la sostengono con la loro presenza. L'ambiente di palazzo, con le sue colonne maestose e i drappi scenografici, sottolinea la solennità del momento. Il grande drappo verde che domina la scena non è solo un elemento decorativo, ma simbolico: rappresenta la speranza che non muore mai,
Ancora dopo, ammira il quarto riquadro della volta centrale, dove si dispiega una delle scene più dolci e significative dell'Antico Testamento: Rebecca al pozzo. Questo episodio, tratto dal Libro della Genesi, pone al centro della composizione, il pozzo in muratura con secchio e corda. Rebecca, è seduta a destra della scena, vestita di chiaro con un manto azzurrato che richiama la purezza della sua anima. Il gesto eloquente della sua mano che indica l'acqua è un simbolo della sua disponibilità verso lo straniero.
Il servo di Abramo, Eliezer, è rappresentato in primo piano a sinistra, con l'abbigliamento tipico del viaggiatore e il turbante-mantello che ne sottolinea la provenienza straniera. Il suo gesto di ricevere l'offerta esprime riconoscimento: in quella giovane donna generosa riconosce la sposa destinata da Dio per Isacco, la donna che completerà la promessa fatta ad Abramo.
Testa ha saputo rendere con maestria la dolcezza di questo incontro.
Concludendo la tua contemplazione dei grandi affreschi centrali della volta, volgi ora lo sguardo verso il quinto e ultimo riquadro, posto sopra il portale principale, dove Giuseppe Testa ha dipinto una delle scene più drammatiche e controverse dell'Antico Testamento: Giaele e Sisara. Questo affresco, che conclude il ciclo delle grandi eroine bibliche, presenta una storia di astuzia, coraggio e giustizia divina. La scena si apre con la figura di Giaele, la giovane donna che stringe in alto un martello, mentre nella mano bassa tiene il picchetto appena conficcato. Questi attributi, tipici dell'iconografia di Giaele, la identificano immediatamente come la moglie di Eber il Kenita, la donna che con un gesto audace e decisivo cambiò il corso della storia del suo popolo.
Ai piedi di Giaele giace Sisara, il generale cananeo, seminudo e addormentato, con ancora addosso i segni della sua corazza da guerriero. Il contrasto tra la sua potenza militare, simboleggiata dall'armatura, e la sua vulnerabilità nel sonno, crea una tensione drammatica che Testa ha saputo rendere con maestria pittorica.
Gentile visitatore, ti invito ora continuare la tua visita dirigendoti verso la navata laterale destra. Questa navata, coperta da una volta a botte continua scandita da cinque arconi trasversali, è un un vero e proprio libro della vita pubblica di Cristo, dipinto con maestria e devozione.
Questi dipinti, firmati in basso a destra da Tomaselli sono anch’essi databili al primo quarto del Novecento.
Il Primo Affresco della volta posto in corrispondenza della cappella del battistero, rappresenta le Tentazioni di Cristo nel deserto, Cristo è raffigurato in solitudine, circondato dalla desolazione del paesaggio desertico, con due diavoli vestiti da angeli che gli porgono cibo e acqua.
Ma adesso soffermarti a guardare la Cappella del Battistero. Il piccolo vano è a pianta quadrangolare, concluso da una volta a botte ribassata. Le pareti, rivestite di un candido intonaco bianco, con un alta zoccolatura realizzata in marmo nero.
Al centro di questo spazio sacro, è posizionata la tela di Antonio Manno che dispiega la scena del Battesimo di Gesù.
La figura di San Giovanni Battista è dipinta con tratti decisi e una postura austera. Il Precursore non è solo il ministro del sacramento, ma il testimone dell'Agnello di Dio, colui che riconosce in Gesù il Messia atteso.
Gli angeli che osservano la scena dall'alto, dipinti con tonalità eteree e delicate, sottolineano l'intervento divino dello Spirito Sato, caratterizzato dalla presenza della colomba, in questo momento fondamentale della storia della salvezza.
Al centro della cappella si erge il fonte battesimale, realizzato in marmo rosso di Verona.
La forma ottagonale della copertura della fonte non è casuale: l'ottagono, nella simbologia cristiana, rappresenta la resurrezione, la vita nuova, l'ottavo giorno della creazione che inizia con il Battesimo.
La Cappella del Battistero vi ricorda che la vita cristiana è un cammino che inizia con l'acqua e lo Spirito, che continua con l'Eucaristia e la Confermazione, che si nutre della Parola di Dio e dei Sacramenti, che trova il suo compimento nella visione beatifica.
Portate con voi la memoria di questo luogo santo. Ogni volta che vedrete un Battesimo, ricordate che state assistendo al miracolo più grande: la nascita di un figlio di Dio. Ogni volta che sentirete scorrere l'acqua, ricordate che Cristo vi ha lavati nel suo sangue e vi ha resi puri come la neve.
Questa cappella è il punto di partenza del vostro pellegrinaggio nella Chiesa Madre di Carini, così come il Battesimo è il punto di partenza del vostro pellegrinaggio verso l’eternità. È il luogo dove tutto inizia, dove la grazia di Dio tocca per la prima volta la vostra vita, dove diventate parte della grande famiglia dei credenti.
Proseguendo, il secondo riquadro della volta presenta la Pesca Miracolosa sul lago di Tiberiade. Sulla battigia, i pescatori rovesciano la rete stracolma di pesci e anguille, mentre Gesù, sulla sinistra, assorto, indica il prodigio.
Gentile visitatore, proseguendo il nostro cammino lungo la navata laterale destra, ti invito ora a soffermarti nella seconda campata, dove si apre la Cappella di San Sebastiano, un luogo che, pur nella sua apparente semplicità, racchiude secoli di devozione e arte.
L'impianto architettonico si presenta come una nicchia a pianta rettangolare, incassata con grazia tra due pilastri scanalati, culminante in una volta a botte ribassata con lunette laterali. Le cornici, i listelli e le modanature architettoniche seguono fedelmente lo schema tardo-settecentesco dell'intero Duomo: un fondo bianco, filettature ocra-oro e piccole applicazioni in stucco, come pendagli di foglie e rosette, che aggiungono un tocco di delicata eleganza.
Al centro di questa cappella, anche se oggi appesa senza l'altare originario, ammiriamo una grande pala d'altare, un olio su tela risalente alla fine del XVIII o agli inizi del XIX secolo, opera della scuola palermitana.
In alto, la Vergine con lo scettro domina la scena, circondata da numerosi santi domenicani e carmelitani, testimonianza della ricchezza della santità cristiana e dell'intercessione che unisce cielo e terra. Tra questi, potete riconoscere un vescovo con mitra, forse Sant'Alberto, e due sante contemplative che rappresentano la vita religiosa femminile.
L'impostazione piramidale e i colori smorzati suggeriscono la mano di un epigono di Francesco Sozzi, un artista che ha saputo infondere in quest'opera una profonda spiritualità.
Accanto alla pala, si erge la statua lignea di San Sebastiano, alta circa 120 cm e risalente al XVIII secolo, un'opera con una forte intensità espressiva. Il martire è legato a un tronco, con il corpo flessuoso avvolto in un perizoma bruno-dorato che ne sottolinea insieme la vulnerabilità umana e la dignità spirituale.
Le palpitanti stillature di sangue sul petto e sulle gambe, esaltano il sacrificio del santo, la sua testa è rivolta in estasi verso l'alto, un tipico pathos barocco che esprime la sua profonda fede anche nel momento del martirio.
Il gruppo di Lourdes, con la Vergine Immacolata e Santa Bernadette inginocchiata, realizzato in resina e alto 120 cm, testimonia la continuità della devozione mariana e l'importanza delle apparizioni nella spiritualità moderna. Queste opere sono qui per le pratiche di pietà popolare, offrendo un luogo di preghiera personale per l'intercessione dei santi più vicini alla sensibilità contemporanea.
Procedendo oltre, il terzo affresco della volta racconta il mistero della Risurrezione di Lazzaro. Nella bocca della grotta, Marta e Maria assistono all'amico che esce avvolto nei lini. Gesù, con il braccio proteso e la veste bianco-rosata, domina la scena mentre la folla arretra stupita di fronte al miracolo della vita che vince la morte.
Sopra l'architrave della porta meridionale che immette nel loggiato esterno incastonata in una cornice di stucchi settecenteschi bianco-oro con volute e una conchiglia di coronamento, si trova una tela di straordinaria bellezza che funge da vera e propria "sovrapporta teologica".
Al vertice della composizione, la Vergine Immacolata siede su candide nuvole, vestita di una tunica avorio e un manto azzurro-verde. Le mani incrociate sul petto richiamano il dogma dell'Immacolata Concezione, mentre lo sguardo rivolto verso l'alto esprime una profonda devozione e contemplazione.
Dietro la Vergine, San Giuseppe è riconoscibile dal giglio che un piccolo angelo gli porge, simbolo della sua purezza e del suo ruolo di custode della Sacra Famiglia.
Al centro di una raggiera dorata, la Colomba dello Spirito Santo simboleggia la presenza divina che illumina e santifica l'intera composizione.
Un coro di testine cherubiche forma una "nube" luminosa sotto i piedi di Maria, raccordando idealmente cielo e terra.
A sinistra, San Paolo è rappresentato come un giovane uomo con spada nuda e vangelo aperto, simboli del suo martirio e della sua predicazione. A destra, San Biagio è riconoscibile dalla mitra, dal piviale ricamato e dal pastorale. Il santo indica la Vergine con la mano destra, invitando alla devozione i fedeli che varcano la soglia.
Di fronte la porta laterale, addossate alle colonne sono posizionati due autentici gioielli dell'arte rinascimentale siciliana: le acquasantiere marmoree che testimoniano la presenza in Sicilia della celebre famiglia Gagini.
La Prima Acquasantiera posta alla sinistra è un Capolavoro del 1496, il manufatto più antico conservato in questa chiesa. La data incisa, la colloca nel cuore del primo Rinascimento siciliano, quando a Palermo operava già il celebre Domenico Gagini con la sua rinomata bottega.
Osservate il basamento, un blocco quadrangolare finemente rifinito a foglie, un motivo vegetale che rivela immediatamente la mano della scuola gaginiana. Sull'orlo inferiore, le ghiere lisce fungono da base ottagonale alla colonna, sostituendo i piedistalli gotici con un lessico più classico, segno di quel rinnovamento artistico che stava trasformando l'arte siciliana.
Il fusto è una colonna slanciata, tornita a tronco di palma, con il marmo inciso delicatamente a lisca di felce e grappoli di bacche che salgono verso l'alto. Questa forma non è casuale: rimanda al "lignum vitae", l'albero della vita.
Il catino presenta una fascia liscia con volutine graffite, ma il vero incanto risiede nelle testine d'angelo che emergono come mensole tra profonde costolature a petalo. Sui lati risaltano gli stemmi con il castello merlato testimonianza della committenza della famiglia La Grua Talamanca.
La Seconda Acquasantiera posta di fronte è stata realizzata da Antonino Gagini del 1543.
Questa opera rappresenta l'evoluzione stilistica della bottega gaginiana verso la piena maturità rinascimentale. Il basamento si presenta come un blocco a tronco di piramide, con quattro poderosi piedi leonini che emergono in tondo dagli spigoli. Ogni lato presenta uno scudo araldico incorniciato da svolazzi a nastri: due recano ancora nitidi il castello a due torri merlate dei La Grua-Talamanca, testimonianza della committenza feudale.
Il fusto è una balaustra rastremata composta da due elementi: un vaso centrale a doppia ansa con una testina di putto alato in leggerissimo altorilievo, e in basso un fregio a volute a C contrapposte. Il piccolo putto funge da "genius aquae", personificando la purezza del sacramentale.
Il catino, dal profilo semisferico e liscio, rappresenta una scelta più sobria rispetto alla prima acquasantiera, in linea con la fase matura di Antonino Gagini che prediligeva superfici levigate per valorizzare la lucentezza del marmo bianco-avorio.
Alzando ancora lo sguardo, il Quarto affresco della volta, raffigura l’incontro di Cristo con la Samaritana al pozzo: Gesù, seduto sul bordo in manto purpureo e tunica avorio, dialoga con la donna che, in veste azzurra e turbante, regge un’anfora di terracotta pronta a colmare d’acqua. L’arco di pietra e i rami sottili sullo sfondo incorniciano la scena, trasformando il quotidiano gesto di attingere in simbolo dell’”acqua viva” annunciata dal Salvatore.
Gentile visitatore, ora ti invito a soffermarti dinanzi la Cappella di San Vito, situata nella terza campata della navata laterale destra.
L'impianto di questa cappella presenta una campata rettangolare, sapientemente incassata nello spessore murario, che si eleva leggermente rispetto al pavimento della navata principale.
Le pareti, sono scandite da sottili riquadrature a tempera bruno-ossidata, un gioco di linee e colori che riprende l'elegante schema geometrico della controfacciata. Negli angoli, festoni dorati in gesso pressato scendono con grazia, quel motivo ricorrente che, come un filo d'oro, attraversa e unisce l'intero duomo.
Sopra l'altare, la tela della "Madonna Liberatrice degli Infermi", un'opera del maestro Filippo Tancredi. Questo olio su tela, è incorniciato da una ricchissima cornice lignea ebanizzata, con cimasa e cantonali a volute di foglie d'acanto dorate.
Al centro, in alto, la Vergine seduta su un trono di nubi porge con un gesto benedicente il Bambino. Sotto di lei, un angelo indica un giovane infermo disteso su un giaciglio, mentre due santi intercedono - probabilmente San Rocco, riconoscibile dal suo mantello verde-bruno, e San Sebastiano o Pellegrino Laziosi.
Putti alati e festoni di rose chiudono la scena, creando un'atmosfera di grazia e speranza.
Al centro della cappella è posizionata la statua lignea di San Vito Martire, un'opera di grande pregio, realizzata in legno di pioppo intagliato e policromato, con dorature a missione, questa scultura è un esempio eloquente dell’abilità delle maestranze lignee siciliane tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo.
Il giovane santo è rappresentato in abiti rinascimentali, con una lorica dorata e un mantello rosso. Stringe sul petto il vangelo e ai suoi piedi, due cagnolini richiamano la leggenda che lo volle salvato da cani durante il martirio.
La statua è stata traslata in questa cappella dalla vicina chiesa dedicata al Santo Patrono della città oggi sede del museo del Duomo.
Ora guardando ancora verso la volta della navata, il ciclo pittorico si conclude con Gesù che placa la tempesta. Barche sballottate, rematori in lotta con i flutti creano un'atmosfera di pericolo e paura. Al centro, Cristo in piedi con il braccio levato e il mantello rosso che si gonfia nel vento, mentre l'onda frantuma la prua in primo piano, dimostra la sua autorità divina sugli elementi naturali.
L’ultima Cappella della navata destra è quella dedicata a Santa Lucia. L'architettura di questa cappella segue lo schema delle altre cappelle laterali: una nicchia rettangolare incassata tra pilastri, con volta a botte ribassata e lunette laterali. Le pareti bianche, scandite da riquadrature bruno-ossidate, creano un ambiente raccolto che favorisce la preghiera personale e l’intimità con i santi venerati.
Al centro della cappella si erge la statua lignea di Santa Lucia, la giovane martire siracusana venerata come protettrice della vista. La santa è rappresentata secondo l'iconografia tradizionale: giovane, vestita con eleganza, con in mano il piatto contenente i suoi occhi, simbolo del suo martirio e del suo patrocinio.
La veste della santa, finemente decorata, richiama la sua origine patrizia.
Alla base dell’altare, in una posizione di particolare venerazione, è custodita un'urna reliquiario contenente le spoglie di un martire delle catacombe romane. Questa reliquia, giunta a Carini attraverso i canali della devozione antica, rappresenta un legame diretto con la Chiesa delle origini, con quei cristiani che sigillarono con il sangue la loro fede in Cristo.
Ai lati della statua sono posizionate i quadri degli ex-voto metallici - occhi, mani, cuori - tipici della religiosità popolare siciliana. Ogni ex-voto racconta una storia: un occhio guarito, una mano risanata, un cuore consolato.
Sulle pareti laterali della cappella, alcune tele di epoca diversa completano l'arredo devozionale.
A destra dell'altare si erge un cippo marmoreo neoclassico, il Monumento Funebre Carollo, risalente al 1850 circa. Questo monumento, nella sua sobria eleganza, reca un'iscrizione in latino dedicata a D. Salvatore Carollo, arciprete locale, un omaggio alla sua vita e al suo ministero.
Sulla sinistra la tela raffigurante la Madonna del Rosario.
Gentile visitatore, ti invito a procedere verso il transetto laterale destro, dove si apre uno spazio di straordinaria bellezza e profondità teologica: la Cappella del Santissimo Sacramento.
L'ambiente si presenta come un'unica, maestosa campata, sormontata da una volta a botte lunettata che si eleva con grazia verso l'alto. L'intero vano è sapientemente inquadrato da una trabeazione neoclassica continua, un fregio ininterrotto che ne scandisce la linearità e l'eleganza. La trabeazione è ritmicamente interrotta da paraste scanalate, colonne piatte addossate alla parete, le cui superfici sono finemente incise con scanalature verticali. Esse culminano in capitelli corinzi dorati, un trionfo di foglie d'acanto e volute che, impreziosite dall'oro, catturano la luce e aggiungono un tocco di sontuosità all’insieme.
A delimitare il presbiterio si erge un'alta e imponente balaustra marmorea policroma.
Al centro del presbiterio, fulcro della devozione, si erge l'altare eucaristico. La sua mensa e il paliotto sono un capolavoro di intarsio in marmi misti, dove diverse varietà di marmo si fondono in un'armonia di colori e venature. Al centro del paliotto spicca un medaglione centrale dorato che attira lo sguardo e sottolinea la sacralità del luogo.
Sopra la mensa si innalza il tabernacolo a tempietto, risalente al XIX secolo. Realizzato in marmo grigio venato, con le sue striature naturali che gli conferiscono un aspetto dinamico, è impreziosito da colonne rosse che ne esaltano la struttura. Il tutto è sormontato da un cupolino verde-serpentino, una piccola cupola dalla tonalità intensa che aggiunge raffinatezza.
Sullo sfondo si dispiega una grandiosa raggiera lignea dorata, opera della metà del '700. Da questa raggiera, simbolo della luce divina, emergono otto putti in stucco, figure angeliche che con le loro forme morbide e dinamiche convergono verso l'ostensorio centrale, oggi protetto da un velo per preservarne l’integrità.
La parete di fondo è arricchita da una decorazione plastica di notevole pregio. Entro un timpano spezzato si staglia una coppia di puttini, figure angeliche che con la loro grazia animano lo spazio. L'intera opera, realizzata in stucco bianco e dorature, è frutto di maestranze locali tardo-settecentesche, testimonianza dell’abilità artigianale dell'epoca e della capacità di creare bellezza al servizio della fede.
Alzando lo sguardo verso la volta, si rivela un cielo dipinto di profondi significati teologici. Nel medaglione ovale centrale, una figura femminile eterea e leggiadra, avvolta in una veste dalle delicate sfumature azzurro-rosa, reca tra le mani un calice e un'ostia raggiante. È l'Allegoria dell'Eucaristia.
Le lunette sono decorate con scene che celano profondi significati teologici legati all'Eucaristia. Nella prima si osservano putti vendemmianti con grappoli d'uva, immagine che evoca il rimando al sangue di Cristo, simbolo dell'Eucaristia. Nella seconda, putti con spighe di grano alludono al pane eucaristico, completando così il ciclo iconografico della celebrazione eucaristica.
Le pareti laterali della navata sono impreziosite da affreschi parietali che narrano episodi biblici legati al tema dell'Eucaristia. Sulla parete sinistra si ammira l'affresco de "La moltiplicazione dei pani e dei pesci", opera di Giuseppe Santangelo realizzata nel 1930
La scena cattura il momento in cui Cristo benedice la folla mentre un giovane, con gesto di umiltà e offerta, presenta i pani e i pesci, prefigurazione del dono eucaristico.
Sulla parete destra si trova l'affresco de "Il profeta Elia confortato dall'angelo" episodio biblico del primo libro dei Re. L'angelo, messaggero divino, porge pane e brocca al profeta assopito, una tipologia dell'Eucaristia che sottolinea il nutrimento spirituale offerto da Dio.
Entrambi i dipinti sono racchiusi in ampi archi a tutto sesto, arricchiti da testate di cherubini in stucco e foglie d'alloro dorate,
Gentile visitatore, concludiamo il nostro straordinario percorso attraverso le meraviglie della Chiesa Madre di Carini con la contemplazione di uno spazio di eccezionale intensità devozionale e artistica: la Cappella del Santissimo Crocifisso. Questo ambiente si rivela come un vero e proprio teatro barocco della Passione, incassato con maestria nella muratura della navata, dove ogni dettaglio concorre a creare un'esperienza visiva e spirituale di profonda risonanza.
Questa cappella si presenta come un'edicola di straordinaria eleganza, delineata da lesene scanalate che si ergono con grazia, culminando in capitelli dorati che riflettono la luce aggiungendo sfarzo all'insieme.
Al di sopra, un cartiglio in stucco reca il monogramma IHS, simbolo cristologico che eleva lo sguardo verso il sacro. L'ingresso alla cappella è magnificamente incorniciato da un arco trionfale, impreziosito da un motivo a doratura continua che ne sottolinea la solennità.
Al di sopra di questo arco, un'elegantissima conchiglia scallop, dalle forme sinuose e delicate, è sorretta da putti che sembrano fluttuare nell'aria con grazia angelica. Questa composizione culmina nel motto giovanneo in stucco policromo: Si quid petieritis Patri, nomine meo dabit vobis» - "Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà ".
Al centro di questo spazio sacro, protetto da un cristallo che ne preserva l’integrità, si staglia con imponente presenza il Simulacro ligneo del Cristo Crocifisso, opera risalente alla fine del XVI secolo. Il corpo di Cristo, scolpito con maestria che ne esalta la tensione e la vibrante sofferenza, è inchiodato a una croce di pietra d'agata screziata, elemento di straordinaria unicità in Sicilia. Questa croce funge anche da reliquiario retrostante, custodendo al suo interno preziose memorie della Passione. Ai lati del Crocifisso, su eleganti piedistalli, si ergono due angeli in stucco attribuiti a Procopio Serpotta, realizzati intorno al 1720.
Queste figure angeliche, animate da un vortice ascensionale che ne esalta il movimento e la drammaticità, impugnano le lance della Passione, strumenti del martirio che qui assumono un significato di profonda devozione.
A destra dell'altare, all'interno di una nicchia protetta da vetro, è custodito un oggetto di inestimabile valore storico e spirituale: il magnifico tronetto processionale in bronzo dorato, impreziosito da colonne di "lumachella", un marmo broccatello dalle suggestive venature.
Sotto la piccola edicola cupolata di questo tronetto campeggia il reliquiario della Spina, un frammento proveniente dalla Corona di Cristo, dono di straordinaria importanza ricevuto nel 1525 dalla baronessa Eleonora Tocco Manriquez. Quattro cherubini sostengono la teca cilindrica che racchiude la reliquia, mentre un nimbo in argento cesellato amplifica la preziosità di questo ex-voto.
La cappella è arricchita da un ciclo pittorico di notevole rilevanza artistica e spirituale. Alla sinistra del crocifisso, una lavagna dello Zoppo di Gangi, risalente agli inizi del XVII secolo, presenta un olio su ardesia che raffigura "Il Crocifisso tra San Francesco e Sant'Onofrio". La penombra caravaggesca che avvolge la scena accentua l’intimità del dialogo mistico tra le figure.
Ai lati dell'arco trionfale, due grandi tele ovali opere di Vito D'Anna realizzate tra il 1729 e il 1769. La prima, "L'Addolorata", raffigura la Vergine in un abito cupo e un manto blu-cobalto, mentre regge il cuore trafitto, simbolo del suo immenso dolore. I rossi cupi del drappo richiamano il sangue redentivo.
La seconda tela, "La Veronica", mostra la santa che distende il Sudario con l'imago Christi, mentre due putti arrotolano un cartiglio con la scritta "IN RI".
Sopra le portelle laterali, due ovali a fondo oro recano iscrizioni latine che svelano aspetti storici e devozionali della cappella. Sul lato sinistro, il testo "A.M.D.G. ... Populi sacellum hoc noviter comptum in peculiarem monumentum pietatis dispositum fuit" si traduce in una dedica "Ad Maiorem Dei Gloriam ... Questa cappella del popolo, recentemente abbellita, è stata predisposta come speciale monumento di pietà ".
Sul lato destro, l'iscrizione "Sub auspiciis Vincentii IIII La Grua Talamanca rectoribus Don Petro Randazzo y Aloysio Sarmiento anno 1746 ricorda il patrocinio del principe Vincenzo IV La Grua Talamanca e dei rettori nell'anno 1746.
Con questa cappella si conclude il vostro straordinario viaggio attraverso la Chiesa Madre di Carini. Avete contemplato secoli di arte e fede, avete incontrato santi e artisti, avete respirato la spiritualità di una comunità che ha saputo trasformare la pietra in preghiera.
Gentile visitatore,
ti ringraziamo per aver visitato questo luogo e ti invitiamo a proseguire il tuo viaggio alla scoperta della storia e della architettura della città di Carini.






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