
Gentile visitatore,
ti diamo il benvenuto nel borgo medievale di Carini.
Questa guida è stata realizzata dalla Associazione Jonathan Livingston odv, con il patrocinio del Comune di Carini, grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del Ministero della Cultura, inserite nella Missione uno (Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo), e Componente tre (Turismo e Cultura quattro punto zero).
Il cuore del borgo medievale era racchiuso entro una cinta muraria ellittica che abbracciava l’abitato per circa un chilometro. Queste mura, intervallate da torri di guardia agli angoli, furono edificate in robusta pietra calcarea legata con malta, secondo tecniche tipiche dei castelli siciliani dell’epoca. In origine vi si aprivano almeno due porte principali: a sud-est la Porta Terravecchia, che collegava il borgo ai campi e al vecchio percorso per Palermo, e a nord la Porta Palermo, rivolta verso il feudo di Montelepre. Resta oggi visibile la porta Terravecchia all’incrocio tra via Terravecchia e via Umberto I, mentre di Porta Palermo non rimane che traccia nei documenti d’archivio. Attraverso queste porte, al mattino presto entravano nel borgo i contadini con i loro carri carichi di frutta, ortaggi e derrate per il mercato, e uscivano le pattuglie di cavalieri che perlustravano i dintorni.
In epoca medievale Carini era un piccolo borgo fortificato nato all’ombra del suo castello. Le giornate iniziavano all’alba, col suono delle campane che chiamava alla preghiera e al lavoro nei campi. I contadini lavoravano le terre attorno al paese – coltivando grano, vigneti e agrumeti – ma al tramonto rientravano entro le mura per cercare rifugio e sicurezza. Il borgo infatti era sorto proprio come insieme di casupole e stalle dei contadini e degli artigiani, che si raccoglievano all’interno della cinta muraria in funzione di difesa del castello. Su queste strade potevi incontrare artigiani di ogni tipo: il maniscalco chino a ferrare un cavallo, il fabbro che batteva il ferro incandescente sull’incudine, il calzolaio intento a riparare sandali consunti, o le tessitrici che filavano lino e lana. Le botteghe si affacciavano sulla via maestra e sulle piazzette, e dall’odore di legno bruciato si poteva intuire il forno del fornaio che cuoceva il pane per l’intero villaggio.
Non mancava la presenza discreta dei religiosi. All’alba, i monaci e i sacerdoti del borgo intonavano canti sacri nella piccola chiesa, e molti abitanti iniziavano la giornata assistendo alla messa. I frati del convento locale offrivano conforto ai malati e insegnamenti ai giovani, diffondendo la cultura del tempo. Durante le festività, il borgo si trasformava: le confraternite organizzavano processioni solenni e tutta la comunità vi partecipava con devozione. Nelle occasioni speciali – come il giorno del patrono o il Carnevale – la vita quotidiana lasciava spazio a momenti di festa condivisa: il sagrato della chiesa e le strade si riempivano di drappi colorati, candele e profumo d’incenso, mentre giocolieri e musici allietavano il popolo dopo i riti sacri. Intanto nobili e cortigiani osservavano dalla del castello. Per loro la vita scorreva più agiata, tra banchetti nelle sale affrescate, giochi cortesi e battute di caccia nei boschi vicini. Eppure, in caso di pericolo, erano proprio i signori del castello a dover guidare e proteggere gli abitanti. Così, giorno dopo giorno, contadini, artigiani, monaci e nobili convivevano ciascuno nel proprio ruolo, formando il variegato mosaico umano del borgo di Carini.
Le mura servivano da scudo contro attacchi e scorrerie. Un documento del 1447 attesta infatti che furono chiesti fondi per riparare la cinta “danneggiata dalle incursioni barbaresche”, segno delle frequenti scorribande dei pirati saraceni lungo la costa. Dietro le mura, l’organizzazione urbana seguiva esigenze sia difensive sia comunitarie. La via principale saliva dalla Porta Terravecchia verso il Castello, fiancheggiata da case e botteghe, e conduceva a una piccola piazza nei pressi della chiesa, centro della vita civile e religiosa. L’odierna Via Terravecchia ricalca proprio il tracciato curvilineo dell’antico muro di cinta, seguendone l’andamento sinuoso. Non lontano, un vicolo cieco chiamato Vico Chiuso. Dentro le mura, gli edifici stessi del borgo contribuivano alla difesa. Alcune abitazioni lungo il perimetro erano costruite addossate alla cinta, divenendone parte integrante: avevano muri di fondazione spessi oltre un metro e mezzo e feritoie strettissime al piano terra – un tempo usate dagli arcieri per scagliare frecce – poi trasformate in piccole finestre in epoche più tranquille. Queste case-mura offrivano riparo agli abitanti e al contempo rafforzavano la fortificazione esterna.. L’assetto urbanistico di Carini era dunque quello tipico di un borgo feudale siciliano: funzionale alla difesa ma vivace di vita comunitaria, con il castello al vertice, la chiesa e la piazzetta come fulcro sociale, e tutto intorno una cortina di mura vigilate notte e giorno. Le possenti mura merlate del Castello di Carini dominano dall’alto la pianura sottostante e il mare in lontananza, ricordandoci la sua originaria funzione militare di controllo del territorio. Questa maestosa fortezza fu fatta erigere alla fine dell’XI secolo dal normanno Rodolfo Bonello, cavaliere al seguito del conte Ruggero d’Altavilla, probabilmente sulle fondamenta di una precedente costruzione araba. Nel corso dei secoli il castello venne ampliato e trasformato: dalla metà del Quattrocento, sotto la potente famiglia feudale La Grua Talamanca, conobbe una serie continua di cantieri di restauro ed evoluzioni architettoniche che lo adattarono da austera roccaforte medievale a elegante residenza estiva dei baroni. Il risultato è il monumento che ancora oggi ammiriamo: un mix affascinante di elementi difensivi e raffinati dettagli signorili.
La vita spirituale degli abitanti ruotava attorno alla Chiesa di San Giuliano, la piccola chiesa madre situata entro le mura. Nel Trecento questa chiesetta – definita “piccola ma ricca di reliquie” in una cronaca del 1398 – custodiva oggetti sacri venerati dai fedeli e disponeva di una campana che fu fusa nel 1378. Nonostante le dimensioni modeste, era il cuore pulsante della comunità: qui si celebravano battesimi, matrimoni e messe quotidiane, e qui confluirono per generazioni le preghiere e le speranze del popolo di Carini. Si ritiene che la famiglia Abate – all’epoca feudataria del luogo – ne abbia promosso la fondazione, rendendola un punto di riferimento per la comunità. Nel corso dei secoli, con il progressivo aumento della popolazione e il passaggio del feudo alla famiglia La Grua Talamanca, emerse l’esigenza di costruire una chiesa più ampia che rispondesse ai bisogni dei fedeli. La trasformazione e l’edificazione della “nuova” chiesa avvenne fra il Seicento e Settecento, evidenziando che la vecchia chiesa medievale coesisteva ancora nel 1639 quando venne edificata l’attuale Chiesa del Purgatorio (o di Sant’Antonio Abate) nelle immediate vicinanze.
La cripta trecentesca con le sepolture della famiglia La Grua Talamanca, al di sotto del struttura della chiesa, ci ricorda che i nobili di Carini avessero una cappella sepolcrale sotto l’altare della vecchia chiesa madre. La tradizione indica persino che la Baronessa di Carini, Laura Lanza, assassinata nel 1563, fosse stata tumulata proprio nella cripta di famiglia. Fra il 2001 e il 2002, alcuni interventi nella Chiesa del Purgatorio/Sant’Antonio Abate (che sorge nell’area dell’antica San Giuliano) hanno portato all’individuazione di ambienti ipogei: ritrovamenti considerati compatibili con la cappella sepolcrale dei La Grua.
Gentile visitatore, ti ringraziamo per aver visitato questo luogo e ti invitiamo a proseguire il tuo viaggio alla scoperta della storia e della architettura della città di Carini.












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