
Gentile visitatore,
ti diamo il benvenuto all’interno della prigione del castello di Carini
salendo le scale che conducono alla stanza della prigione, trovi di fronte a te una parete con dei graffiti raffiguranti imbarcazioni, soffermati e ammira questo patrimonio artistico.
I graffiti presenti sulle pareti della cella del Castello di Carini rappresentano una testimonianza storica di grande valore, che documenta la presenza di prigionieri di origine nordafricana, probabilmente mauri o berberi, al servizio della famiglia La Grua. L'analisi di queste incisioni, raffiguranti principalmente imbarcazioni e palme, offre uno spaccato interessante sulla vita e sulla cultura di questi individui, nonchè sul loro rapporto con i feudatari siciliani tra il XV e il XVII secolo.a
Si possono osservare sulla parete della cella diverse incisioni che, nonostante il deterioramento, mostrano forme riconducibili a imbarcazioni stilizzate e a quello che sembrano essere rappresentazioni di palme o alberi. Le imbarcazioni presentano caratteristiche tipiche delle navi nordafricane dell'epoca: scafi allungati, prua e poppa rialzate e, in alcuni casi, quella che potrebbe essere interpretata come una vela triangolare detta anche latina.
Le incisioni sono state realizzate graffiando la superficie dell'intonaco, probabilmente con oggetti di fortuna, e mostrano una certa uniformità stilistica che suggerisce una comune origine culturale degli autori. La ripetizione del motivo dell'imbarcazione associata alla palma è particolarmente significativa, in quanto rappresenta un elemento iconografico ricorrente nella cultura visiva nordafricana, simbolo di nostalgia per la terra d'origine.
La presenza di schiavi nordafricani (mauri, berberi e mori) nelle dimore nobiliari siciliane era una pratica comune tra il XV e il XVII secolo. La Sicilia, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, era un crocevia di culture e un punto di contatto tra il mondo cristiano e quello islamico. Le famiglie aristocratiche siciliane, come i La Grua, spesso possedevano schiavi nordafricani catturati durante le incursioni corsare o acquistati nei mercati di schiavi.
Questi individui venivano impiegati come servitori domestici, lavoratori agricoli o artigiani, e in alcuni casi potevano godere di una certa libertà di movimento all'interno delle proprietà dei loro padroni. Tuttavia, rimanevano prigionieri, lontani dalla loro terra d'origine, e i graffiti nelle celle del castello possono essere interpretati come espressioni di nostalgia, identità culturale e resistenza passiva.
Studi recenti sui graffiti nelle prigioni medievali del Mediterraneo hanno evidenziato come queste incisioni non fossero semplici passatempi, ma veri e propri atti comunicativi e identitari. Nel caso dei graffiti di Carini, la ripetizione degli stessi motivi suggerisce una volontà di mantenere viva la memoria della propria cultura e delle proprie origini.
I graffiti della cella del Castello di Carini trovano interessanti paralleli in altre strutture carcerarie siciliane. Particolarmente rilevanti sono i graffiti documentati nelle prigioni del Castello di Noto Antica, dove sono state rinvenute incisioni di galere e imbarcazioni simili a quelle di Carini. Questi graffiti, studiati con tecniche di fotogrammetria digitale, mostrano come la rappresentazione di navi fosse un tema ricorrente nelle espressioni artistiche dei prigionieri mediterranei.
Anche in altri contesti mediterranei, come nelle chiese bizantine di Rahat nel deserto del Neghev, sono stati documentati graffiti di navi che testimoniano la diffusione di questo motivo iconografico. In particolare, le rappresentazioni di imbarcazioni a due alberi con vele di tipo "artemon" mostrano analogie stilistiche con alcune delle incisioni presenti a Carini.
Ma adesso, gentile visitatore, ti invito a raggiungere la cella della prigione.
Questo luogo è un ambiente che racchiude secoli di storie di potere, giustizia e, talvolta, soprusi. Osservate attentamente questo spazio austero, con le sue pareti in pietra di tufo chiara, tipica del territorio siciliano, che si innalzano fino a formare una volta a botte. La luce filtra appena, creando un'atmosfera sospesa nel tempo che ci riporta alle vicende di coloro che qui furono reclusi.
La cella si presenta essenziale e severa: il pavimento in cotto antico, consumato dal passaggio di molti prigionieri, contrasta con il colore chiaro delle pareti. Lungo il lato destro potete notare una semplice branda in legno ricoperta di paglia, che rappresentava l'unico giaciglio concesso ai detenuti. Sulla parete frontale, ancora appese alle mura si vedono le catene con le quali venivano torturati e immobilizzati i carcerati. Scorgendo con lo sguardo verso sinistra, un rudimentale sgabello e misero tavolino in legno completa l'arredo spartano di questo luogo di detenzione.
Queste mura hanno assistito a numerose vicende di carcerazione, alcune delle quali ci sono state tramandate attraverso documenti storici. Particolarmente significativa è la testimonianza del notaio Giovanni Antonio de Raynisio, che nel 1563 denunciò il barone Vincenzo La Grua, signore di Carini, per abuso di potere.
Secondo l'atto di accusa conservato negli archivi storici: "Il nobile e distinto notaio Giovanni Antonio de Raynisio, della terra di Carini, presente davanti a noi, nell'esercizio delle sue funzioni per la Regia Visita dell'Illustrissimo Signore Marchese d'Oriolo, Visitatore Generale, ha criminalmente accusato e accusa, e ha dichiarato come colpevole il rispettabile Signore Vincenzo La Grua, barone della suddetta terra di Carini, in quanto signore di quella terra e suo rappresentante fiscale, per la carcerazione indebita e la detenzione nella prigione del castello di quella terra."
Il notaio affermò di essere stato imprigionato proprio in questa cella e trattenuto "a lungo e per molti giorni", finché non fu costretto, sotto minaccia di ulteriore carcerazione, a sposare Laura de Rusello, una serva del barone. Non solo, ma anche il padre del notaio, Giovanni de Raynisio, subì la stessa sorte, imprigionato ingiustamente a causa delle accuse mosse contro il figlio.
Questa vicenda ci rivela come le prigioni feudali fossero spesso strumenti di controllo sociale e di imposizione della volontà dei signori locali sui propri sudditi. Il potere baronale si manifestava anche attraverso la facoltà di incarcerare, talvolta arbitrariamente, coloro che si opponevano ai desideri del feudatario.
Un altro episodio documentato risale al 1607 e riguarda un certo Giulio Pipitone, condannato alla reclusione in queste stesse mura per aver aggredito una donna definita nei documenti come "schietta", termine che indicava una persona onesta o di buona reputazione. Il caso è particolarmente interessante perché Pipitone tentò di sfuggire alla giustizia rifugiandosi nella chiesa di San Lorenzo di Carini, dietro il Santissimo Sacramento, sperando di godere dell'immunità offerta dai luoghi sacri.
Fu però scoperto da un giovane di nome Giovanni Vagnato che, come riportato nei documenti dell'interrogatorio del 12 giugno 1607, "lo afferrò per il petto e per la collottola, colpendolo con numerosi pugni, trascinandolo per la chiesa e scagliandolo contro i padri di quel convento", per poi consegnarlo alle autorità.
Osservando questo spazio angusto, potete immaginare le condizioni di vita dei prigionieri: il freddo che penetrava dalle spesse mura durante l'inverno, il caldo opprimente dell'estate siciliana, la scarsità di cibo e acqua, la mancanza di igiene. La prigione del castello non era concepita come luogo di riabilitazione, ma come strumento di punizione e, soprattutto, di affermazione del potere feudale.
Mentre vi allontanate da questa cella, riflettete su come questi spazi di reclusione siano testimoni silenziosi di un sistema giudiziario e sociale profondamente diverso dal nostro, in cui il confine tra giustizia e arbitrio era spesso labile, e dove il potere dei signori feudali si manifestava anche attraverso il controllo fisico dei corpi dei sudditi.
La prigione del Castello di Carini rappresenta quindi non solo un elemento architettonico di interesse storico, ma anche un importante documento materiale per comprendere le dinamiche sociali e di potere della Sicilia feudale.
VIDEO DA CARICARE
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04/02/2026 05:03 ora locale
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